La beatificazione di Craxi, operata negli ultimi giorni dal centro destra, è uno dei tentativi di costruire l’album di famiglia del centro destra berlusconiano (Fini ha un’altra idea di destra). Tramontata l’illusoria e spregiudicata operazione di arruolare De Gasperi in nome di un anticomunismo datato, il Pdl in mancanza di altri riferimenti politico-culturali, ora punta tutto su Bettino Craxi.
La figlia Stefania, querula pellegrina della memoria del padre, ha messo insieme i destini del congiunto e quelli di Silvio Berlusconi. Entrambi, ha detto a più riprese, perseguitati dai giudici. Entrambi baluardo nella lotta ai vecchi e nuovi comunisti. Con una differenza, ha dovuto ammettere la figlia e tutto il codazzo di ex socialisti accasati dentro il Pdl (Brunetta, Tremonti, Frattini, Sacconi, Cicchitto): che Bettino è morto in esilio mentre l’attuale capo della destra ha accettato la sfida ella sopravvivenza e non sarà sepolto da una valanga di monetine.
E’ vero, un solido filo c’è. Le ossessioni dei due leader sono le stesse: anticomunismo viscerale, spregiudicatezza morale, fastidio per le regole, lontananza dalla Costituzione repubblicana. Craxi coltivò pervicacemente un percorso politico di lacerazione e di rottura sinistra. Odiava Berlinguere e la sua questione morale, detestava la Cgil e la sua autonomia, voleva riscrivere i fondamenti teorici della sinistra italiana. Via Marx , Labriola e Gramsci, dentro Proudhon e altri pensatori liberaldemocratici.
Fece impennare il debito pubblico italiano nei suoi anni di governo. E indebolì il fronte repubblicano contro il terrorismo delle Brigate Rosse. I socialisti, negli anni della segreteria Craxi, flitrtavano con i movimenti alla sinistra del Pci, dialogavano con i violenti dell’Autonomia operaia e i suoi cattivi maestri. Anche durante il sequestro Moro tennero un atteggiamento ambiguo, vellicando il partito della trattativa.
Craxi era un uomo autoritario, spiccio, che guardava alle regole e ai contrappesi costituzionali con crescente fastidio. Berlinguer disse di lui: “e’ un pericolo per la democrazia”. Fu quando Craxi da presidente del Consiglio sfidò la Cgil e tagliò per decreto la contingenza suscitando un grande movimento di massa in risposta. La Cgil si spaccò e Cisl e Uil seguirono il richiamo di Craxi.
Che però portò nel Psi, prima di lui stanco e invecchiato, una ventata di novità. Aperture spregiudicate, teorie nuove sui meriti e i bisogni. Incalzò, anche grazie a una rete di riviste, la sinistra e quella comunista in particolare. Tuttavia le sue scelte di governo furono deludenti e fallimentari se si esclude il gesto di autonomia di Sigonella nei confronti degli americani.
Ma Craxi fu il maestro della corruzione. Mandò allo sbando se stesso e il Psi. Miliardi di tangenti transitarono sui conti personali e del partito. Fu la sua fine ingloriosa e l’epilogo naturale di un uomo che si riteneva al di sopra delle leggi. Morì in esilio e oggi gli vogliono dedicare piazze e strade.
Berlusconi e il Pdl hanno preso qualche pezzo di dna dal Psi craxiano. La demonizzazione della sinistra e dei suoi ideali, un certo disprezzo della Costituzione, il fastidio per i contrappesi istituzionali e per il Parlamento (ieri definito parco buoi dall’esule di Hamammet e totalmente scavalcato con i decreti da Berlusconi). L’uomo di Arcore tine sempre in mente che se l’impero televisivo è riuscito a decollare, lo deve ai decreti di Craxi che lo salvarono.
Anche sulla questione morale, Craxi e Berlusconi hanno molto in comune. Il primo sfuggì ai giudici di Milano rifugiandosi in Tunisia. Il secondo cerca di costruire leggi ad personam, degli scudi (lodo Alfano, processo breve, legittimo impedimento) per non essere costretto ad andare sotto processo.
E’ vero, dunque, che nell’album di famiglia del Pdl c’è un pezzo (non tutto) dell’eredità craxiana. Ma in quell’album la figurina che ha il posto d’onore dovrebbe essere quella del venerabile Gelli con il suo piano di rinascita democratica che somiglia al programma di questo governo.












