Sabina Guzzanti e Antonello Venditti, dalla fierezza di Berlusca all'Alemanno capoccia
Intendiamoci: né Sabina Guzzanti o Antonello Venditti sono stati “icone della sinistra” capaci di indicare una “linea”. Si tratta invece di due artisti, molto bravi e capaci, che rappresentano e interpretano il costume, i gusti e le passioni degli italiani in determinati momenti storici. E credo che anche loro, d’altra parte, rivendichino la loro autonomia di contenuti e atteggiamenti rispetto alla politica.
Che cosa è successo, dunque? Cominciamo da Sabina, figlia di Paolo e sorella degli attori Corrado e Caterina. Ha fatto discutere non solo la solidarietà a Berlusconi ma l’esaltazione del virile atteggiamento tenuto subito dopo l’aggressione in piazza Duomo a Milano: oltre alla pena, Sabina è arrivata a provare una certa “stima per la fierezza” del premier.
Prosa esageratamente buonista? Una scivolata sentimentale? Un pedaggio al pentimento dopo anni di feroci sberleffi? Forse si tratta solo di parole pronunciate e scritte senza pensarci troppo. Parole istintive. Come d’altra parte sono state quelle da lei esibite e urlate in tutti questi anni. Spesso dietro le prose infiammate, l’invettiva, il populismo demagogico, si nasconde solo la scorciatoia ostile alla politica. Si cavalca tutto quello che c’è da cavalcare, lo si ripete fino allo sfinimento e poi spesso ti si ritorce contro. Fare il pasdaran significa considerare sempre gli altri meno “puri” di te, meno rivoluzionari. Ma non bisogna considerare le parole di un artista come se fossero “la linea”, il giusto atteggiamento, la rappresentazione dell’indignazione. Bisogna lasciarla assolutamente libera, anche di sbagliare.
Sabina non è mai stata un’icona della sinistra, almeno di quella che intendo io. In realtà mi ha dato spesso l’impressione di detestare più D’Alema che Berlusconi. Spesso dietro l’estremismo c’è incertezza e insicurezza. Mentre invece contro la destra che governa sarebbe necessario tenere alta tutta la necessaria passione e tensione ideale, senza pentimenti tardivi.
E che c’entra Antonello Venditti? C’entra, c’entra. Fa un certo effetto sapere che il grande cantautore, quello che ha dedicato a Berlinguer una bella canzone e raccontato a generazioni di ragazzi amori, passioni, tragedie e giorni felici scelga di trascorrere il capodanno con il sindaco di Roma Alemanno Venditti, anche lui come Sabina, non deve essere per forza considerato come una bandiera. Ha avuto già la sua cottarella per Cl e ora gli piace il sindaco di Roma, il camerata Alemanno, quello con la croce celtica al collo. Insomma è un “compagno” che sbaglia?
Antonello Venditti non solo canterà al concerto di fine anno organizzato da Alemanno ma farà di più: avrà l’onore di accompagnarlo in una sorta di tour nei locali romani. Sarà il suo testimonial. Venditti (come Mario Capanna) ha da tempo sdoganato il sindaco post fascista: eppure Roma è più insicura, più terra e violenta, meno brillante e più sporca dell’epoca Veltroni.
Valgono le stesse parole usate per Sabina Guzzanti. Venditti è un grande cantautore ma non è mai stato, nemmeno lui, un’icona. E’ un artista che per definizione deve essere libero. Anche, naturalmente, di sbagliare nella scelta dei suoi compagni di strada. Liberi noi di rispettare le scelte più o meno interessate e redditizie, ma anche di giudicarle. Però che pena la parabola della “sinistra canterina”: dal cuoco di Salò di De Gregori all’Alemanno capoccia di Venditti. Guccini, mi raccomando, almeno tu.