Nella piscina Siloè, di proprietà della Curia di Bergamo, i gestori hanno stabilito che il giovedì mattina la struttura sarà esclusivamente riservata a un gruppo di donne di religione islamica. Che potranno così seguire i corsi di nuoto lontani da indiscreti occhi maschili, così come prescrive il Corano.
Queste donne potranno lasciare a casa il cosiddetto “burkini” (il costume da bagno che le copre da capo a piedi) e immergersi, così come fanno le altre persone, in cuffia e indossando un normale costume da bagno.
La notizia ha provocato molte reazioni, tra chi difende la scelta come segno di tolleranza e apertura al multiculturalismo e tra chi, invece, vede una sorta di apartheid etnico religioso che prefigura una futura società fatta di bunker che non dialogano.
La rigida interpretazione dell’islam impone la totale segregazione tra i sessi. Possiamo noi “occidentali” figli della Rivoluzione Francese e dell’illuminismo, passati attraverso le brusche svolte della storia nella lotta per il progresso civile e sociale accettare tutto questo? E’ lecito che una visione laica, democratica e pluralista della vita e dei rapporti tra le persone possa accettare uno sfregio simile in nome proprio della libertà?
E’ possibile privare i cittadini che arrivano da Paesi con tradizioni diverse e opposte delle proprie abitudini “quando queste – ha scritto il Coorire della Sera che ha rilanciato la notizia di Bergamo – non vanno a intaccare serie ragioni di moralità?”. A volte è opportuno far loro vedere che “un altro mondo è possibile”.
Certo, la proposta buonista è quella di far avanzare una lenta, paziente e inesorabile assimilazione. Ma non può bastare. Non si possono condividere forme di discriminazione verso le donne, non si possono non vedere i pericoli che stanno dietro ai veli di qualsivoglia fattura.
Sono le stesse donne islamiche a chiedercelo. Dietro al velo, spesso c’è violenza e imposizione. E’ questa una battaglia che la sinistra e le forze democratiche non possono lasciare ne alle rozze destre e né alla Chiesa cattolica che sui diritti non può dare lezioni. La sinistra coniughi il no al razzismo e la lotta per l’eguaglianza con la battaglia verso il medio evo culturale di certi Paesi.
No, l’esperienza apartheid di Bergamo non è forma di integrazione ma rischia di fornire combustibile ai razzisti e agli intolleranti di casa nostra.












