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Bondi, il cantore del servilismo cortigiano, e il loculo nel mausoleo di Arcore

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bondi-1E’ davvero singolare che il rappresentante più caratteristico e pittoresco della politica cortigiana, quella fatta di servilismo, piaggeria e adulazione accusi gli artisti italiani di essere “accattoni” e di genuflettersi davanti a un non meglio identificato moderno Principe (Napolitano?) circondato da bandiere fiammeggianti inneggianti alla Rivoluzione d’Ottobre.

Sandro Bondi, di lui parliamo,  dunque non si smentisce. Adulatore del premier a tempo pieno e ministro nel tempo libero, cita per se stesso il poeta Menandro dedicandosi (involontariamente) questo verso: “Liberamente servi e non sarai servo”. Nel suo modesto orizzonte evidentemente non c’è altro. Tuttavia, c‘è poco da scherzare o replicare con ironia. L’aggressione del ministro. Bondi rappresenta, nonostante la sua molliccia figura, la faccia feroce del governo, l’uomo capace di tutto pur di compiacere il Principale. E di incalzare senza tregua gli avversari, nella maggioranza e nell’opposizione ma anche quelli nascosti nella società italiana che lui (insieme a Brunetta) vuole stanare per costruire una “nuova egemonia”.

Bondi, il mite poeta cantore di una sgangherata banalità, è infatti sempre in prima fila per conquistarsi un posto comodo in uno dei loculi del mausoleo di Arcore (diamine, non vorrà lasciare quello spazio angusto dell’eternità a Emilio Fede, a Carlo Rossella o a Fidel Confalonieri?). C’è da aggredire il Pd? Ecco una sua dichiarazione al vetriolo contro gli ex comunisti. Bisogna rintuzzare le alzate di testa e le trame di Fini? Puntuale arriva la frase risentita che invoca maggiore gratitudine. Gli artisti e i letterati rifiutano di stringergli la mano? E lui indignato sale sul predellino e spara a zero sugli intellettuali comunisti capaci solo di spremere soldi dallo Stato.

Come un languido paggetto rinascimentale o un mozzo tutto fare, Bondi è l’evanescente punta del pacchetto di mischia dei fedelissimi (gli altri sono fratel Cicchitto, Quisling Capezzone e Ghedini l’azzeccagarbugli). Quando non scala le vette della poesia (“vita amata vita vitale” ha scritto per il Cavaliere) e scende nell’agone si trasforma in un coniglio mannaro, in un personaggio dai tratti crudeli contro tutti coloro che hanno un’idea non proprio edificante del suo signore.

L’ultima offesa contro gli artisti, rei di essersi “inchinati” davanti al Capo dello Stato andrebbe studiato nelle università: un conato di rabbia mista e invidia per Napoletano così rispettato mentre invece Berlusconi è così vituperato e aggredito. Ecco spiegato il livoroso fastidio verso uomini e donne che scelgono liberamente di rispettare un’istituzione senza per questo ricevere in cambio prebende, stipendi e un posto nel freddo mausoleo fatto da Cascella per il faraone di Arcore.

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