10 marzo 1946 Palmiro Togliatti tenne una lezione alla Normale inaugurando un istituto di studi intitolato a Mazzini. In quell´anno Togliatti era ministro di grazia e giustizia, l´Italia era ancora una monarchia (il Luogotenente Umberto di Savoia era il capo dello Stato), e si era alla agitata vigilia del referendum del 2 giugno. Togliatti era stato invitato a Pisa, dove la memoria di Mazzini era più viva che mai: qui Mazzini era morto sotto falso nome nel 1872 ,in casa degli antenati di Carlo e Nello Rosselli.
Il tema della lezione: le riforme sociali attraverso un giudizio storico su Mazzini, il marxismo, l´Italia risorgimentale, con un accenno distaccato a Cattaneo (manca in lui, «una concezione generale storicistica e riformatrice»). Terminata la lezione Togliatti non comunicò il suo testo a nessuno. Nel 1967 Rinascita, diretta da Luca Pavolini, decise di pubblicarlo senza alcuna indicazione sulla sua provenienza. Poi l´oblio.
Togliatti parlò del marxismo come di «una dottrina capace di liberare le forze che hanno in se stesse la possibilità di costruire un mondo nuovo...». Ne parlò quasi da liberale (è molto crociano quel "hanno in se stesse"...) rifiutando le ortodosse litanie sovietiche («Marx irrideva coloro che facevano piani per la società futura...»). I relativi nodi teorici di una utilizzazione politica di questo marxismo "riformista" sono filtrati attraverso la storia dell´Italia risorgimentale e la rievocazione di rivoluzionari e di riformatori spesso trascurati. Riemerge così, proveniente dalla grande madre, la rivoluzione francese, l´eredità positiva degli utopisti (che Marx nel Manifesto del 1848 aveva sminuito e che per Togliatti rappresentavano invece «un sistema di idee, di propositi, di piani che essi non traevano da una intuizione sociale astratta»; erano, disse, veri e propri "riformatori sociali"), del giacobino Vincenzo Russo, di Spaventa e Labriola, dei positivisti politici e soprattutto di Giuseppe Mazzini.
Certo, Togliatti aveva letto i Quaderni del carcere di Gramsci, non ancora pubblicati, e non celava gli stimoli avuti dalle riflessioni gramsciane, preannunziandone, anzi, il grande valore: «...il nostro Gramsci, di cui pubblicheremo tra poche settimane gli scritti filosofici e scientifici. Tutti si stupiranno della profondità di quel pensiero per il modo come egli riesce a collegare ed a fondere il pensiero rigidamente marxista con la tradizione culturale millenaria italiana». Togliatti dichiarava di credere in questa tradizione, appunto perché millenaria, dunque ben fondata nella storia reale, più di qualunque teoria politica o filosofica elaborate su contingenti motivazioni ideologiche.
Di qui il suo dichiarato fastidio per le palingenesi rivoluzionarie, «come se noi conducessimo una battaglia per creare un mondo in cui tutti dovrebbero vivere, pensare e sentire allo stesso modo». Si diceva perciò convinto che per evitare altre catastrofi si dovesse finalmente aprire la strada «all´idea della riforma sociale, nel senso di un rinnovamento profondo delle basi del nostro ordinamento sociale, in modo da permettere agli uomini di vivere in pace tra loro... Questo problema è oggi il problema centrale della vita, il problema dei problemi per il nostro paese e per tutti gli altri paesi. Per questo io non posso salutare che con simpatia l´iniziativa che voi avete preso di fondare questo istituto [...] dedicato al nome del nostro grande riformatore sociale Giuseppe Mazzini». Era la prima volta che un esponente comunista chiamava "nostro" Giuseppe Mazzini. L´aggettivo possessivo apriva un varco vitale. Togliatti anticipava anche un giudizio su Gramsci di Benedetto Croce (avversario sempre del comunismo in ogni sua forma) che fece scalpore. Fu quando nel 1947 apparvero le Lettere dal carcere. Croce, commosso da quelle lettere chiamò Gramsci uno "dei nostri".
Togliatti, accogliendo il "riformismo", cancellava l´anatema comunista della Terza Internazionale scagliato contro la cultura borghese delle riforme e le correlative idee socialdemocratiche della Seconda Internazionale. «Mi pare che quella discussione sia chiusa e non si adatti più alle condizioni nelle quali si svolge oggi la lotta politica e la lotta sociale».
Dunque Mazzini. «Giganteggia in questo periodo la figura di Giuseppe Mazzini. Giganteggia perché la sua intuizione riformatrice e le sue idee riformatrici sono inserite in una concezione generale del mondo e della vita dalla quale egli ricava una direttiva per l´azione. Per questo egli è grande e lo riconoscono grande tutti gli italiani, anche noi che non siamo d´accordo con la sua posizione ideologica di partenza. Lo riconoscono grande tutti gli italiani, i quali sanno come, con la sua azione, con il suo sforzo di lotta, di pensiero, di attività, di educazione, egli abbia dato un valido contributo alla redenzione del nostro paese».
Nel nome del Mazzini che Marx aveva sempre osteggiato e irriso, Togliatti chiudeva davanti agli studenti della Normale «una questione che, credo, non possa dar luogo nemmeno a una discussione seria, in sede scientifica. Alludo alla polemica [...] tra una cosiddetta ala riformista del movimento socialista ed operaio e coloro che invece si chiamarono rivoluzionari». Nei successivi decenni di guerra fredda e di democrazia imperfetta della prima repubblica, questa indicazione non ebbe grandi sviluppi, ma l´equivalenza tra la mazziniana "educazione" del popolo e la "redenzione" dell´Italia non è del tutto inattuale.
di Lucio Villari da www.repubblica.it
































