di Marcello Madau
Li chiamano zigantes. E’ imminente la loro presentazione, il restauro svolto presso il Centro Regionale di Li Punti sta per essere ultimato. Oltre venti, forse anche trenta, le statue nuragiche di Monti Prama affascineranno il mondo, spero definitivamente. Sono pugilatori, arcieri, guerrieri. Sembrano persino più tranquilli dopo essere scampati ad un’indecorosa esibizione per il G8 a La Maddalena.
Le colossali statue, databili tra la fine dell’VIII ed il VII secolo a.C., sono tra gli episodi chiave della storia dell’arte antica mondiale. Rinvenute nel 1974 a seguito di lavori agricoli, il loro sito – ancora tutto da chiarire – si trova in un’area costellata di nuraghi, a pochi chilometri dalla città fenicia di Tharros, nella penisola del Sinis.
Al momento della scoperta risultarono deposte, già in frantumi, in una discarica di formazione antica che ricopriva, con molti modellini di torri nuragiche e vari elementi architettonici, trenta tombe a pozzetto strettamente affiancate.
I nuragici dell’età del Bronzo si seppellivano collettivamente, quelli delle tombe di Monti Prama, nella successiva età del Ferro, in modo individuale. Un grande cambiamento. Uomini, donne e bambini, partecipi o custodi di un’antica gens: ma non capiamo ancora, con precisione, come fossero in relazione con le statue.
Forse i ‘giganti’ erano esposti all’interno di un edificio colonnato, memoriale, dedicato ad eroi. Perché una tale stupefacente monumentalità e numero? Ad oriente vengono in mente la Siria e i territori neo-hittiti, nel Mediterraneo la Grecia con tutto il mondo egeo.
Nella penisola italica il mondo degli Etruschi, dei Piceni e dei Daunii: Vetulonia, Capestrano, Siponto. Ma è difficile trovare un luogo antico con una tale concentrazione di statue colossali (le recenti ipotesi ricostruttive indicano per alcune di loro un’altezza di due metri e mezzo circa).
Soprattutto, chi erano?
L’iconografia dà una traccia preziosa: riporta atleti militari di rango, scolpiti da botteghe per committenze che vollero qualificarsi attraverso il valore del gesto militare e atletico, storico ed eroico.
E’ tipico di aristocrazie che celebrano se stesse tramite un racconto figurato (quello orale ci sfugge) elaborato in modo maturo. Un’altra pista la darebbe, secondo alcuni studiosi, il racconto mitico della fondazione della Sardegna, la colonizzazione guidata da Iolao, con cinquanta Tespiadi discendenti di Eracle, assieme al ricordo di un tempio in suo onore: notizie che provengono da fonti classiche come lo Pseudo-Aristotele, Diodoro Siculo, Pausania, Silio Italico.
Anche l’elaborazione artistica ci dà un’altra importante traccia. Vi è un’inconfondibile originalità che si apparenta in modo stringente ai celebri bronzetti nuragici dell’età del Ferro, del tipo noto come ‘Abini’, ‘vestendo’ personaggi in pietra che ci sembrano astratti e lontanissimi.
Le iconografie dei guerrieri atleti sono rese con indicazioni stilistiche eloquenti: sopra la tradizione geometrica del mondo sardo si posò, ad esempio con il taglio triangolare dei visi e lo schema delle trecce, una lezione orientalizzante nella quale è anche possibile cogliere echi direttamente orientali.
Tutto concorre (contesti, tracce stilistiche, territorio, dati stratifìgrafici) a collocare le statue in una cronologia, non so quanto simultanea per tutti i tipi, che si pone fra gli ultimi decenni dell’Ottavo secolo a.C. e la prima metà di quello successivo.
Alcuni collocano le statue addirittura entro la fine del millennio precedente, una datazione che non ha alcuna giustificazione scientifica ma molti motivi ideologici: il tentativo di nobilitare un popolo mediante l’antichizzazione delle sue radici (meccanismo ben noto nell’invenzione della tradizione e nei falsi culturali nazionalisti, in particolare dall’Ottocento in poi), assieme a quello – talora della stessa natura – di collegare direttamente i nostri guerrieri ai favolosi Shardana, che divisero fra il XV e l’XII secolo a.C. i propri servizi mercenari tra Faraoni egiziani e Re hittiti.
Non è impossibile raccogliere qualcosa di questa suggestione, ma dentro quadri storici e materiali credibili, dentro relazioni mediterranee in atto (nuragici, fenici, greci, cretesi, etruschi), nello stile delle statue, nei luoghi della Sardegna. Nella maturazione sociale e culturale delle aristocrazie nuragiche dell’Età del Ferro, fra il IX e l’VII secolo a.C., impegnate a costruire anche con l’episodio di Monti Prama la memoria culturale indigena nell’età delle grandi colonizzazioni storiche del mediterraneo occidentale.
Abbiamo detto, le tracce delle fonti. I Greci formarono il loro mito di fondazione della Sardegna con alcune tracce veritiere e nuclei significativi di grande forzatura ideologica.
Forse i Sardi dell’Età del Ferro, con un meccanismo se vogliamo simile in qualche modo a quello noto nella coeva Grecia geometrica (i fondatori delle poleis costruivano i loro apparati culturali cercando ascendenze negli eroi micenei dell’età del Bronzo), vollero ricordare la grande storia delle torri nuragiche, costruire un santuario della memoria accomunando tra gli eroi avi e fondatori della civiltà nuragica i Shardana, valorosi guerrieri che provenivano dal ‘Gran Verde’.
Piccoli re in fin dei conti lontani, ai tempi della realizzazione di Monti Prama, non più di quindici generazioni. Con orgoglio, raccontarono tutto ciò in modo che fosse ben visibile anche ai Fenici della vicina Tharros, che fioriva in quei secoli e ospitava nelle sue necropoli capi nuragici.
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Qualche secolo dopo, attorno al 350 a.C., la storia dei luoghi cambiò profondamente. I Cartaginesi sistemarono Tharros distruggendo i luoghi sacri di quei Fenici con i quali, in qualche modo, convivevano le aristocrazie nuragiche. E distrussero nel Sinis, a pochi chilometri, la memoria più alta e solida di quel mondo indigeno dalle antiche tradizioni, come sembrano testimoniare i materiali archeologici punici coevi che accompagnano la formazione della discarica antica di Monti Prama, rovesciata sulla singolare necropoli.
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Nel dicembre del 2007 chiusi la mia relazione al convegno ‘I nuragici e gli altri’ di Villanovaforru, qua in qualche modo riepilogata, confessando una certa difficoltà nel definire i Fenici sicuramente ‘gli altri’, e con essi, e i nuragici, le proprietà del ‘noi’.
Sono categorie che rischiano di essere incomprensibili se chiuse alla storia reale del mediterraneo e dei suoi flussi capaci di esperienze inclusive, sia da parte nuragica che da parte fenicia. Lo mostrano i cimiteri fenici arcaici in Sardegna, gli stessi luoghi di culto e, finalmente, i contesti ‘civili’ anche indigeni.
Non mi interessa sentirmi sardo orgoglioso di antichi militarismi.
Mi basta esserlo, anche attraverso lo splendore di Monti Prama, facendo emergere qualche dubbio sulle categorie ‘noi e gli altri’.
Serve capire se la nostra disponibilità, o incapacità, di cogliere qualcosa del gioco antico dell’identità per rivolgerci alla comunicazione e all’inclusione, piuttosto che alla discriminazione, è spia e traccia di analoghe propensioni nel mondo attuale.
Marcello Madau è archeologo.
Lo ringrazio vivamente per questo bellissimo articolo scritto per www.fuoripagina.net
































