Sciatteria e affari. Lo “sciame di cose brutte che avanza incessantemente” ha origine dalla volontà di speculare, di far soldi, di divorare terreni infischiandosene allo stesso tempo dell’integrità dei luoghi e dei paesaggi, sacrificandoli invece ad una falsa idea di sviluppo. Deturpando e insozzando, in modo irrimediabile, porzioni sempre più vaste del territorio nazionale, e sardo in particolare, che ormai nessuna "informazione" agiografico-turistico può più nascondere.
Sandro Roggio, architetto e urbanista, che ha legato il suo nome alla fama di raffinato ispiratore di politiche di salvaguardia e tutela del bene comune, ha curato un libro che, per certi versi, dovrebbe essere distribuito nelle scuole sarde per originare una riflessione tra i più giovani sul destino che ci attende e che, in gran parte, già viviamo rassegnati. Per capire come eravamo e che cosa siamo diventati.
Roggio cura e assembla sul filo del rigore di cronache recenti e sedimenti storici profondi, le riflessioni e le testimonianze attorno al destino terribile dell’ambiente sardo. “Paesaggi perduti. Sardegna la bellezza violata” (Cuec, 140 pagine 13 euro) è uno stupefatto compendio di malefatte. Dove non manca certo la speranza che qualcosa si possa ancora arginare ma dove predomina lo sguardo indagatore, pur non rassegnato, di una realtà che è già cambiata davanti ai nostri occhi.
Si è incrinata, scrive Roggio con Annalisa Poli in uno dei saggi, anzitutto quella “rassicurante versione del bel paesaggio italiano”. Non è una percezione intellettualistica e rarefatta ma la realtà di trasformazioni profonde come ferite dove “le pianute industrializzate, i litorali urbanizzati, i campi annientati dallo sprawl senza pause, sono lì a documentare lo sperpero che si è fatto del patrimonio italiano. Una calamità di cui la comunità non avverte la gravità, appagata negli ultimi decenni dalle cicliche rassicurazioni di conservare il diritto a edificare anche l’ultimo centimetro quadrato di terra in proprietà”.
Volenterosi carnefici hanno prima aiutato e poi soppiantato la classe “compradora” sempre uguale comunque dai modi spicci e brutali benché cambino i colletti. Hanno apparecchiato un presepe tristemente omologato, con la stessa tonalità grigia, ambientato in terrificanti periferie urbane, sventrando le memorie e disperdendole dai centri antichi, omologando il brutto. Ma anche avviando una lenta, inesorabile pressione cementizia su quel fragile limes costiero dove al gigantismo senza remore degli anni settanta si è aggiunta la furia iconoclasta di progettisti spregiudicati ideatori di villette con le fondamenta sulle scogliere.
L’impennata dell’attenzione sulle questioni della tutela del patrimonio ambientale e paesaggistico di cui parla Roggio è certamente figlia di una sensibilità generale tutta italiana. Ma che in Sardegna ha trovato nuova linfa nello spirito giacobino di Soru-Saint-Just. Ed è vero che la rivoluzione divora i suoi figli, ma è più vero che la controrivoluzione, il termidoro cementizio e affaristico all’ombra di logge coperte ha fatto di peggio.
Ha soggiogato la politica e ne ha fatto un’ancilla. Le ha tolto autonomia con la controrivoluzione di Cappellacci facendo leva sulle pulsioni risentite di mediocri impresari e di grandi potentati. Un giorno magari qualche intercettazione telefonica ci svelerà segreti ben occultati. Però ora ci resta una Sardegna con le pezze. Che non ha saputo difendere se stessa dalla nuova razza affaristica e, anzi, gli si è consegnata fiduciosa. Che si trincera dietro orgogli anacronistici ormai rarefatti e quasi folcloristici, incapace di quello scatto che sarebbe stato necessario per difendere (anche criticamente) non solo una stagione di governo (certo viziata dall’illusione personalistica da uomo solo al comando) ma anche di comprendere quanto credito la nostra isola stava assumendo ovunque.
Dice Roggio, convinto di tale inadeguatezza, che neppure gli intellettuali “più sensibili al tema ambiguo dell’identità se ne sono occupati con la necessaria attenzione. Peccato”. Il “deo so sardu” ripetuto come un mantra ossessivo e liberatorio non è bastato, infrangendosi sulla macchiettistica riproposizione dello sviluppo come rullo compressore di vere identità e non solo di quelle enogastronomiche.
Frotte di avventurieri si avvicinano, questa volta sì con intenti coloniali e di rapina. Ma, come la storia insegna e come già Gramsci aveva scritto nel lontano 1924, è facile gridare di “gettare al mare i continentali” come sfogo consolatorio finchè non si incontra la classe operaia di Torino. E solo allora che si capisce la realtà, gli amici e i nemici, il giusto e il nocivo. Una consapevolezza intesa, in questo senso, come la scelta di una linea di tutela e salvaguardia senza scorciatoie.
Il libro curato da Roggio è fresco e di una ricchezza grande come un viaggio doloroso nelle identità violate e nel paesaggio devastato e avvilito. Un tour spesso venato se non di nostalgia ma di rimorso. Il volume contiene tredici saggi agili che cercano, non tutti con la stessa forza, di svelare il conflitto. Come quello di Salvatore Mannuzzu (non a caso dedicato a Manlio Brigaglia) su Sassari, scritto senza indulgenze e senza nostalgie. Perché, spiega , “se nostalgia e rimpianto sono inevitabili, almeno li si mischi all’orrore”.
La laboriosa frittata del XIX secolo ricordata dallo scrittore sassarese a proposito di Sassari, si mescola alla disfatta della città contadina che arretra di fronte a “anonimi quartieri urbani, a squallide borgate” che divorano gli orti e la cintura di oliveti. Fino a diventare dopo lo choc petrolchimico una città tutta terziaria.
Ma non c’è solo Sassari. Il Capo di sotto è ben presente nel libro, ad esempio con Franco Masala e Maria Antonietta Mongiu che dialogano sulle “prove di resistenza della bellezza” nel quartiere di Sant’Avendrace. O il contraddittorio scandito sul ponte del traghetto Bonifacio-Santa Teresa tra Proto e Lussorio alias Antonello Grimaldi e Sante Maurizi.
Marcello Madau, archeologo di cultura e sensibilità, scaglia saette sui tombaroli (paludati) dell’archeologia, elencando puntigliosamente i siti da salvare a Ichnoussa. Monumenti simbolo, capifila dialtri ventimila che disseminano l’isola di centomila racconti. Cornus e i giganti di Monti Prama, Monte d’Accoddi e Tiscali, Tuvixeddu e il nuraghe Orolio sono stazioni dolenti aggredite da diversi tipi di degrado per i quali, come per tutti gli altri siti, servirebbe l’abbraccio avvolgente frutto della tensione delle comunità locali.
Racconta Marcello Fois nel suo saggio su Nuoro, impersonando un marziano sbarcato in zona Ugolìo, che il capoluogo barbaricino è in realtà trino: in esso convivono la città edificata, quella abitata e quella presunta. Lui preferisce questo terzo girone “in fieri” che fa parte “ di una connotazione urbana solo per giustapposizione" che sembra "vivere di vita propria”. Forse è tutta la Sardegna, in molti momenti della sua vicenda a rifugiarsi nel cerchio dell’anima, lontano “dall’ottuso egoismo diffuso”. E’ quello che ci fa credere di essere ancora diversi .
































