di Marcello Madau
Un eroe è riapparso dalle terre di Porto Torres, l’antica Turris Libisonis. Ha la forma di una bellissima, bianca statua marmorea di Ercole, è frammentaria ma porta le tracce della leontè, annodata sullo sterno.
L’invulnerabile pelle di leone che stabilì la sua iconografia a ricordo della prima, più celebre e difficile delle sue fatiche: la vittoria sul terribile leone della città di Nemèa. E’ riemerso dagli strati romani di Turris Libissonis, grazie alle indagini di Antonella Pandolfi, Enrico Petruzzi e Daniela Deriu.
Che la Sardegna sia uno straordinario crocevia mediterraneo lo racconta da tempi immemorabili il suo disporsi in mezzo a questo mare da tanti nomi segnato: Sardo, Tirreno, Ionio, di Sicilia, Egeo. Nomi conferiti da uomini, dèi, semidèi, mostri che lo popolarono, difesero, attraversarono: Odisseo, Diòniso, Eracle, Scilla e Cariddi, Circe e Polifemo. Narrati dalle fonti e da decorazioni meravigliose nei vasi e nei templi, dalle statue e dal racconto dei nomi.
La storia del grande eroe delle dodici fatiche, in Sardegna, è una storia appassionante, densa. Come si dice oggi, multiculturale e multietnica.
Se lo scavo dell’archeologo ha ora trovato l’Ercole dell’Impero, esso ha già riscoperto quello Invitto e Vincitore della Repubblica, come nello splendido tempio a Roma, presso la Piazza Bocca della Verità. Eroe anche liberatore, arrivato nella penisola e penetrato dalla Grecia e dall’Oriente nel mondo etrusco, in quello italico, in quello romano.
La Sardegna è piena delle sue tracce. Mi vengono in mente subito lo splendido bronzetto di Posada, la maestosa testa di Olbia. Raccoglie persino il testimone dell’indigeno Sardus Pater, perchè Ercole è ad Antas.
Ma sappiamo che l’Ercole romano seguì quello greco, Eracle. E nell’isola del piede che lascia traccia (Ichnoussa, Sandaliotis) Eracle ha certamente lasciato la sua impronta.
Una storia greca raccontata da più fonti dice che il nipote Iolao colonizzò la Sardegna guidando i Tespiadi, nati dalla fervente attività erotica di Eracle con le figlie di Tespie, re della regione greca della Beozia.
Forse il racconto dei grandi guerrieri in pietra di Monti Prama (troppi per essere soltanto un gruppo scultoreo) riporta proprio ai Tespiadi. E questi alla Grecia e all’Oriente, in tempi che precedettero e annunciarono le spedizioni di Troia e dei Popoli del Mare.
Iolao come Sardus Pater? Un fondatore greco che adombra più antiche fondazioni orientali? E’ difficile penetrare in questa nebbia, ma il viaggio è affascinante, lungo le tracce delle rotte costiere e delle vie interne.
Le rotte verso la ricchissima penisola iberica, già stabilite dai Fenici e dai Greci agli albori della storia (e prima ancora da Micenei, Cananei, Ciprioti e Filistei), forse spiegano come mai l’Asinara portasse il nome di isola di Ercole e Turris venisse appellata Libisonis: l’Eracle libico (il Melqart fenicio del Nord-Africa) è infatti Maceride padre di Sardò, fondatore, secondo Pausania, della Sardegna.
Questo viaggio navale dal Tirreno alla Penisola Iberica sino alle più antiche colonne d’Ercole prima ancora ebbe a toccare Olbìa, dalla quale provengono ampie tracce eraclee. Ma esistono in Sardegna precise attestazioni di Melqart?
Certamente: Melqart di Tiro, divinità urbana e coloniale delle prime città fenicie, nell’isola è stato individuato a Tharros, a Karales, ad Antas. Le sue raffigurazioni continuano in età punica come mostrano scarabei e terrecotte. Ma dovette lasciare il testimone.
L’Ercole di Posada, ancora in età punica e databile al IV secolo a.C., racconta ormai un’altra storia, romana, nel tentativo di coloni italici (forse esperito da Roma) che fa cogliere la pressione su Cartagine di Sardegna.
Poi venne la vera conquista dell’isola, ed Ercole la narra lasciando il nome di vittorioso, come nel tempio di Roma, sullo splendido altopiano di S. Vittoria di Serri dopo la devastante vittoria romana sul più grande santuario nuragico interno della Sardegna, drammaticamente documentata dagli scavi di Antonio Taramelli nei primi decenni del Novecento.
Dove ci sono vittorie dei Romani in Sardegna (e nel mediterraneo) c’è quindi lui, con la sua clava e la sua leontè, in statue grandi e minori: a Padria come ad Antas, a Cagliari come ad Olbia, nella Barbagia. La popolarità nei secoli dell’Impero fu vastissima. Ma la lunga storia e le antichissime ascendenze già fenicie e greche dovettero renderlo in qualche modo ben accetto ai sardi, integrandolo comunque nella trama storica del territorio.
Ercole invitto, vittorioso, prospector di vie commerciali (Melqart fu anche questo, e a Roma l’Ercole vittorioso è anche l’Ercole oleario). Eracle che ascende in cielo, come ci raccontano i Greci. Ercole liberatore del popolo della guerra, dei militari. Chissà che non ci serva ancora.
Marcello Madau è archeologo
































